A MILANO LA SINISTRA SI METTE IN MOVIMENTO
Milano, 5 ottobre 2007 - Una bella assemblea quella di ieri sera alla Camera del Lavoro per dare il via alla ricomposizione della sinistra milanese. Bella, partecipata (più del previsto), non rituale (meno del prevedibile). Il salone Di Vittorio della Camera del lavoro di Milano era al massimo della capienza con parecchie persone costrette in piedi. Bella anche perchè è stata un’assemblea “vera”, dibattuta, con poco spazio per interventi rituali. Ed è emersa con forza la voglia di unità, ma anche e soprattutto il fatto che ci sono realtà - molte, diffuse, di territorio - in cui l’unità della sinistra è già praticata a prescindere dai vertici dei partiti: in zona 3, nel comitato Vivi e Progetta un’altra Milano, in consiglio provinciale e più faticosamente in Regione e in Comune. Bella anche perchè non sono mancate le critiche, la voglia di andare al di là di formule scontate, di mettere i piedi nel piatto, di lavorare per una sinistra diversa, non solo somma dell’esistente. Forte e severo il richiamo delle donne in questo senso. Forte e interessante il richiamo degli ambientalisti: i Verdi, ad esempio, per bocca del segretario provinciale hanno espresso la disponibilità a lavorare a un percorso unitario pur non avendo sottoscritto l’appello che convocava l’incontro della Camera del Lavoro. Forte e severo è stato il richiamo alle forze politiche organizzate - Serafini e Agostinelli fra tutti - perchè imbocchino la strada unitaria “senza se e senza ma”, lasciando cadere una volta per tutti inutili temporeggiamenti (Sinistra Democratica).
Documenti: Appello per l’Unità della Sinistra a Milano
Sviluppo locale sostenibile di Carla Baroni
Presentiamo qui di seguito due documenti importanti per la discussione. Il primo è l’appello in base al quale è stata convocata l’assemblea del 4 ottobre: si tratta di un appello che dovrà essere arricchito e ampliato in seguito al dibattito sviluppato nel corso dell’assemblea. Il secondo è l’intervento di Maria Carla Baroni alla serata alla Casa della Cultura che ha visto lanciare l’iniziativa di tutta la sinistra milanese sui temi del clima e dell’ambiente.
APPELLO PER L’UNITA’ DELLA SINISTRA A MILANO
Occorre rispondere prontamente e positivamente al bisogno e alla necessità dell’unità a sinistra. Bisogno e necessità provenienti da tanta parte della società e da tutto il popolo della sinistra stessa. Bisogno e necessità ulteriormente rafforzati dalle difficoltà del governo Prodi e dal risultato pesantemente negativo delle recenti elezioni amministrative, ma anche dall’urgenza di affrontare i problemi posti dal neoliberismo, dalla guerra e dalle presenza delle basi militari, le grandi questioni sociali ed ambientali e dei diritti, per dare risposte razionali, praticabili e giuste.
Con la costituzione del Partito Democratico, segnato da orientamenti politici moderati, il nostro paese rischia di essere l’unico paese europeo privo di una forza politica con basi di massa dichiaratamente di sinistra. Ricade quindi sull’intero arco di forze politiche organizzate della sinistra e sui movimenti sociali e sindacali e sulla sinistra diffusa nella società civile, il compito di garantire una significativa rappresentanza politica organizzata delle diverse soggettività che ritengono ancora che un altro mondo è possibile.
Una svolta unitaria è oggi possibile con il comune impegno di tutta la sinistra al governo del Paese, superando chiusure identitarie e d’appartenenza, senza forzature e senza mortificare specificità, storie, culture politiche, ma anzi operando per effettuare una superiore ed originale sintesi unitaria, aperta all’innovazione e non alla semplice riproposizione del vecchio, del passato. E’ necessario, da parte di tutti e di tutte, uno sforzo di responsabilità e di generosità: oltre l’autoreferenzialità, per un progetto più vasto, più promettente, mettendosi, al tempo stesso, in discussione. Tutte le forze politiche della sinistra da tempo esplorano proprie strade di sviluppo, segno di una comune percezione di difficoltà e della consapevolezza che nessuno è oggi autosufficiente per affrontare la sfida della costruzione di una società che superi i rapporti di produzione e di potere capitalistici. E’ altresì comune il riconoscimento che questo processo di riaggregazione unitaria di una sinistra rinnovata riguarda anche e soprattutto le associazioni, le forme organizzate di movimento, la ricchezza diffusa di cittadine e cittadini che si impegnano nella società civile, nella cultura e nel volontariato.
Nell’epoca della crisi della politica e della rappresentanza riteniamo sia questa l’occasione per ridare dignità alla politica, e per essere ancora protagonisti e per aprire una nuova fase politica e sociale. E’ un’occasione storica che non deve essere sprecata. Occorre dare una risposta collettiva che sappia stimolare ed entusiasmare il popolo di sinistra, sia quello che si è già ritirato a causa della delusione, dello scoraggiamento e del disincanto così come, anche e soprattutto, quel popolo che sinora ha continuato il proprio impegno nonostante le sconfitte subite.
La sfida per tutti noi è di costruire e mettere a disposizione di tutti e di tutte una sinistra che sia utile, che faccia cose di sinistra, una sinistra per fare e per progettare. E’ tempo e c’è bisogno di una politica di sinistra più alta, più responsabile, più vicina alle persone, più partecipata.
E’ tempo e c’è bisogno di dare dignità al lavoro, di dare dignità all’ambiente e alla vivibilità nel paese e a Milano, di dare dignità alle persone senza discriminazioni etniche e promuovendo l’incontro fra le culture. Il movimento delle donne ci propone l’eguaglianza dei diritti nella valorizzazione di ogni diversità E’ tempo e c’è bisogno di forme nuove per creare e ridistribuire ricchezza e patrimonio sociale, base della convivenza sociale e civile, ossatura della comunità. E’ tempo e c’è bisogno di redistribuzione sociale della ricchezza, delle opportunità, a favore dei più deboli, dagli anziani e dai bambini ai ceti sociali sfavoriti.
E’ tempo e c’è bisogno di speranza.
Siamo convinti che alla democrazia non si addice il linguaggio della tolleranza, ma in una linea generale di riconoscimento dei diritti e dei doveri uguali per tutti, consentendo alla cultura della partecipazione attiva al bene comune di trasformarsi in agire responsabile, restituendo stima sociale ai comportamenti onesti e solidali. Per il ripristino dell’etica pubblica, nei comportamenti, dai luoghi dei poteri politico, economico, finanziario, dell’informazione, alla quotidianità delle persone.
Si tratta allora di partire da contenuti forti, nostri, di sinistra, che facciano da sfondo alle scelte locali sulle quali saremo via via chiamati/e a confrontarci:
1. La centralità del lavoro e dell’ambiente, il diritto alla casa come condizioni di promozione e di stabilizzazione a cominciare della condizione giovanile. La centralità della vivibilità della città, soffocata dal traffico e dalle manomissioni urbanistiche.
2. Il diritto per tutti e per tutte all’istruzione, alla salute e al benessere fondato sulla difesa e la centralità della scuola pubblica, della sanità pubblica e di un welfare attento alla dignità della persona e alla qualità dei servizi garantiti.
3. La centralità dell’impegno di tutti contro la pretesa emergenza sulla sicurezza, contro ogni paradigma securitario, ogni tentativo di creare una diversione generale verso i migranti, verso i soggetti deboli ed emarginati ecc. del malessere diffuso, dai mali veri della nostra società, quali le grandi mafie, il malaffare, l’illegalità grande e piccola, economica e finanziaria in primo luogo, la precarietà del lavoro e della vita.
4. Il rispetto dell’ambiente e dello sviluppo riproducibile, con politiche di risparmio e di riconversione delle fonti energetiche, la tutela dell’acqua, dell’aria, del suolo e del territorio come beni comuni e pubblici.
5. La lotta al degrado, a cominciare da quello sociale, per una città più sicura in quanto più vivibile, più inclusiva, più equa, per il rilancio del decentramento e della partecipazione dei cittadini.
6. L’impegno per restituire stima sociale ai comportamenti onesti e solidali. Per il ripristino dell’etica pubblica, nei comportamenti, dai luoghi dei poteri politico, economico, finanziario, dell’informazione, alla quotidianità delle persone. Riportando la cosiddetta questione morale al centro della politica, per ridare fiducia ai cittadini nella politica e avvicinare la politica ai cittadini stessi. Avanzando proposte come una legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione
Il governo Prodi rappresenta oggi il livello possibile di unità delle forze democratiche del nostro paese e occorre operare per difenderlo, consolidarlo e rafforzarne l’indirizzo di progresso e civiltà. Alla fase del risanamento dei conti pubblici, che sta già realizzando risultati positivi, deve affiancare una fase di riforme che, con decisione e determinazione, ponga la questione di una grande redistribuzione sociale con al centro gli interessi dei lavoratori e pensionati, dei cittadini meno abbienti, delle classi sociali più indifese ricostruendo un nuovo interesse generale e collettivo che al tempo stesso risponda ai bisogni di una società evoluta, utilizzando appieno e valorizzando il grande patrimonio di conoscenze e di intelligenze, di cui il nostro paese è straordinariamente ricco, superando così il drammatico contrasto tra lo straordinario aumento delle conoscenze e l’impoverimento delle prospettive. Bisogna, con decisione e determinazione, tornare allo spirito e alla sostanza del programma condiviso. A chi ha votato il diritto di rivendicarlo, al governo il dovere di attuarlo. Occorre rilanciare la linea dell’Unione, senza occhieggiare a maggioranze variabili o assumendo logiche che pensavamo appartenessero solo a quel governo che abbiamo combattuto fino a ieri.
Siamo consapevoli che le grandi parole d’ordine – per la pace, contro il neoliberismo, contro l’inciviltà – vanno declinate, trasformate in pezzi di progetto, in pratica quotidiana, nella ricerca comune dei nuovi parametri, delle nuove coordinate che ci impongono di ricercare nuovi modi di produrre, nuove forme dell’organizzazione del lavoro e della società, nuove modalità di relazioni. Nel paese e in Milano in primo luogo.
E allora vogliamo iniziare un lavoro che impari dallo “spirito unitario”, e non di scissione, creando luoghi, le “case della sinistra”, che rendano possibile la partecipazione, come processo di inclusione e di aggregazione di sempre più vasti strati sociali, di esseri umani, di soggetti, resi persuasi, conquistati dalla ragionevolezza e dalla legittimità storica, sociale ed etica delle proposte che la sinistra che vogliamo è in grado di mettere in campo.
Queste le ragioni per cui ti chiediamo di aderire e partecipare al processo unitario della sinistra che vogliamo aprire anche a Milano.
UN PROGETTO PER LA LOMBARDIA: LO SVILUPPO LOCALE SOSTENIBILE
Maria Carla Baroni
PdCI Lombardia
Da anni l’ aspetto più macroscopico della “questione settentrionale”, esplicitata dal continuativo successo elettorale della destra in Lombardia e Veneto, soprattutto al di fuori delle aree urbane e nelle zone pedemontane, è fatto derivare dall’insofferenza e dal risentimento del ceto imprenditoriale nei confronti dello Stato, vissuto come l’istituzione che impone una elevata pressione fiscale senza le adeguate contropartite in termini di politiche pubbliche, infrastrutture e servizi, e vissuto inoltre come inefficiente, lontano dalle identità e dagli interessi locali e negatore di caratteristiche locali che costituiscono invece punti di forza anche nella competizione internazionale sempre più serrata.
Il successo della destra nel suo complesso, e in particolare della Lega Nord, è poi attribuito – in Lombardia – a una capacità di tutelare – attraverso soluzioni proposte come efficaci a breve termine - gli interessi materiali di un ceto medio produttivo anche più minuto e comunque benestante, che non ha alle spalle una tradizione di lotta di classe e di approccio collettivo e di visione a lungo termine delle questioni e - in Veneto - alla prospettiva di poter ottenere una crescita consistente al di fuori di ogni regola (spregio dei diritti del lavoro, disseminazione delle unità produttive nel rifiuto di ogni seria pianificazione territoriale e urbanistica, spreco di suolo, danni all’ambiente, sistematica evasione fiscale).
Ma il successo elettorale della destra, e perfino della Lega Nord, anche tra i lavoratori dipendenti, e anche nel ceto operaio che sindacalmente si fa tutelare dalla Cgil, significa a mio parere che anche un altro può essere un fattore rilevante di tale successo: e cioè l’insistere sul concetto di identità, su un approccio locale ai problemi e alle soluzioni, che è rassicurante in un mondo dominato dalla globalizzazione neoliberista, la quale ha esteso all’intero pianeta e reso ancora più spietata la competizione economica, ha portato a successive concentrazioni aziendali sempre più ampie in ogni settore (aggravando il divario di possibilità tra le grandi imprese e quelle medie e piccole - tessuto prevalente soprattutto nell’economia lombarda - e causando la perdita di numerosi posti di lavoro pure tra impiegati e dirigenti), ha precarizzato il lavoro per le leve più giovani e soprattutto per le donne, e ha cercato – in buona parte riuscendoci - di omologare comportamenti, estetica, gusti, consumi.
La globalizzazione però, spingendo sempre più verso l’omologazione, con il passar del tempo suscita, per reazione, il desiderio di recupero di tradizioni e identità perdute o in profonda trasformazione. Numerosi sono ormai i positivi segnali in questo senso, come ad esempio la diffusa contrarietà – anche nel sentire comune - agli organismi geneticamente modificati e il pullulare di iniziative pubbliche e private a sostegno di cibi tipici, che riscuotono successo di pubblico e di acquirenti e costituiscono il terminale di produzioni agroalimentari di qualità legate al territorio e a specificità locali, mentre l’agricoltura industriale si rivela sempre più insostenibile.
Il concetto di identità legato a un territorio in cui si abita e in cui, se non si è pendolari, si lavora è generalmente estraneo alla sinistra, che qualche volta lo ha perfino respinto e demonizzato, mentre a mio parere andrebbe assunto, proprio per la sua capacità di rispondere a bisogni (forse ad archetipi – la terra madre, la patria, la madrepatria) di appartenenza, che sempre meno vengono individuati nell’ appartenenza di classe e che comunque sono altra cosa e non in contraddizione con questa, la quale potrebbe/dovrebbe essere comunque stimolata con politiche di sinistra aggreganti sul piano sia degli interessi materiali sia dei valori, per cercare di ricomporre un mondo del lavoro dipendente che l’avversario di classe ha frammentato e quindi indebolito.
Il concetto di identità territoriale e la valorizzazione di ciò che è locale (suo corollario) va assunto, ma declinandolo in modo progressivo, avanzato, di sinistra, nell’ambito di un progetto complessivo esteso a livello planetario e aperto ad altre popolazioni e culture; ben lontano quindi dal localismo ristretto e chiuso della Lega Nord, che dà importanza solo a quanto esiste in ambito locale e solo a chi è nato in tale ambito (più o meno ampio che sia), chiudendosi – al di fuori della sfera economico-produttiva - al rapporto e al confronto con altri territori e soprattutto con altre popolazioni e culture. Atteggiamento sempre esistito (non solo in Italia) nelle aree benestanti nei confronti degli immigrati - vissuti come minaccia per il benessere materiale raggiunto -, ma aggravatosi ed estesosi, fino a far nascere e prosperare una rappresentanza politica specifica, proprio di pari passo con il nascere e poi l’avanzare della globalizzazione e delle precarietà, insicurezze e paure che questa ha generato e che hanno una base oggettiva non indifferente.
La sinistra non può trascurare queste incertezze e queste paure, come non può rivolgersi solo al lavoro dipendente (più o meno mascherato da autonomo) se vuole costruire un modello economico e sociale alternativo.
La sinistra, inoltre, comincia ormai a capire – nella drammatica situazione ambientale e climatica ormai esplosa da anni in tutto il pianeta e nella distruttiva disseminazione sul territorio di attività e di insediamenti – che il benessere, o per meglio dire, il ben essere – lo stare bene, uno stare bene ragionevolmente continuativo nel tempo – non dipende più solo dal livello di reddito raggiunto (anche se passabilmente certo) e dai beni materiali posseduti (e talora frequentemente e ossessivamente rinnovati), ma sempre più da altri elementi: dalla salute, intesa come benessere psicofisico e sempre più compromessa dalle varie forme di inquinamento e dallo stress provocato dall’attuale organizzazione produttiva e sociale; dalla qualità complessiva dei luoghi in cui si abita e si vive (casa privata e spazi pubblici, città e paesi, aree verdi, mezzi di trasporto) e dal sentirsi bene in tali luoghi; dalla qualità delle relazioni umane e sociali; dal tempo a disposizione per coltivare i propri interessi e relazioni e la vita collettiva; da un senso di appartenenza e di sicurezza basato su un buon livello di soddisfazione dei bisogni per l’intera popolazione, sulla possibilità concreta di contribuire alle scelte collettive, sulla coesione sociale e sulla fiducia che appartenenza e sicurezza nel prospettare i propri progetti di vita non siano sconvolte da catastrofi climatiche o esplosioni sociali.
La dimensione locale è il contenitore in cui è possibile integrare tutti questi aspetti e proporre efficacemente uno sviluppo “di sinistra”.
L’approccio dello sviluppo locale è anche quello che meglio si presta a realizzare in concreto una sintesi avanzata tra la conservazione di ciò che è valido nell’esistente e l’immissione di nuovi elementi: conservazione e innovazione, di per sé e in senso astratto, non sono negative né positive.
Prima però di entrare nel merito del come prospettare questo sviluppo avanzo alcune altre considerazioni.
In una prospettiva di sinistra preferisco parlare non di “identità”, concetto spesso usato con intenti regressivi e discriminatori, che rischia di avallare e rinforzare contrapposizioni e conflitti tra etnie che abitano gli stessi spazi e luoghi, ma di “appartenenza territoriale”, basata non tanto sul fatto di essere nati/e in un determinato territorio, quanto sul fatto di abitarlo e soprattutto di operarvi, di agire in esso e per esso.
E’ questo un primo importante elemento di differenziazione rispetto al localismo della Lega Nord; il senso di appartenenza territoriale può estendersi agli immigrati e alle immigrate di ogni provenienza, vicina e lontana, senza essere in contrasto con i legami affettivi con il luogo di nascita e pure con il desiderio – che alcuni/e possono conservare - di farvi, prima o poi, ritorno. (Naturalmente questo concetto di appartenenza territoriale postula che una legge statale riconosca la cittadinanza alle persone non nate in Italia dopo un tempo non troppo lungo dal loro arrivo, che i/le loro nati/e in Italia acquisiscano automaticamente la cittadinanza, che le procedure per i permessi di soggiorno siano facili e veloci, che sia loro attribuito il diritto di voto almeno nelle elezioni amministrative e che possano godere di tutti i servizi pubblici alla pari con gli altri abitanti anche prima della cittadinanza italiana. Postula pure che immigrati e immigrate possano avere una situazione lavorativa pienamente regolare, perché nulla più della clandestinità e del lavoro nero, particolarmente sfruttato e sottopagato, rende le persone immigrate ricattabili economicamente e psicologicamente, non certo in grado di contribuire al ben essere collettivo).
Faccio un esempio di come potrebbe essere coltivato in modo aperto il senso di appartenenza territoriale. Ritengo assai positiva la continuazione /ripresa di sagre, palii, feste, rappresentazioni in costume ispirate a tradizioni e fatti storici del Medioevo e del Rinascimento, per cercare di non perdere del tutto un’identità culturale maturata nel corso della storia di un territorio, ma sarebbe assai meglio se le istituzioni locali che promuovono e sostengono queste iniziative ne promuovessero e sostenessero anche altre, analoghe, sulla cultura e sulla storia delle comunità immigrate. Oltre al fatto di creare luoghi permanenti di aggregazione per tutti e tutte.
Questo senso di appartenenza territoriale, che porta ad agire a tutela di un territorio e che Alberto Magnaghi chiama, icasticamente, “coscienza di luogo”, ha assunto in questi ultimi anni una notevole rilevanza politica in molti territori del nostro Paese, dando luogo a importanti conflitti sociali, dalla Val di Susa, da Scanzano Jonico e dal comitato No Dal Molin (per non citare che i casi più eclatanti) - in cui i nuovi soggetti politici territoriali lottano perché il loro territorio non venga stravolto dall’inserimento di strutture contrarie alla qualità dello stesso e al ben essere degli abitanti- ai comitati di quartiere di Milano, che, partiti dalla difesa di singoli elementi urbani minacciati (beni storico-culturali, aree verdi) e dalla lotta contro infrastrutture devastanti, si sono via via aggregati prima in coordinamenti di zona e poi in una Rete dei Comitati Milanesi di ambito cittadino, che fa proposte e progetti per la qualità urbana complessiva; ai comitati che in vari Comuni lottano contro nuovi centri commerciali e altre invasive strutture della grande distribuzione. Talora i comitati riescono a fare il salto di qualità dalla fase difensiva a quella contropropositiva, come è il caso del comitato che ha elaborato e sostiene il progetto dell’Ecocittà dell’Ambiente, della Scienza e dell’Industria per l’area ex Alfa di Arese. Ed è importante tener presente che ai soggetti politici nati con questa coscienza di luogo appartengono persone con vari ruoli sociali, produttivi e talora anche istituzionali, vari ceti e classi, varia appartenenza partitica, anche se i e le leader sono spesso di sinistra.
Alberto Magnaghi riporta, condividendola, la tesi secondo cui, nella società complessa e molecolare del postfordismo, si è passati “dalla coscienza di classe alla coscienza di luogo”. Non concordo con questa tesi.
La coscienza di luogo e il conflitto di luogo non negano di per sè la coscienza di classe e il conflitto di classe, e non si contrappongono a essi né in linea di principio né dal punto di vista operativo: si situano in una dimensione diversa, che può non solo coesistere con i primi, ma anche aggiungersi, intrecciarsi con essi in una prospettiva progressiva e avanzata e nello stesso tempo coinvolgere – in una prospettiva avanzata – soggetti e ceti che fino a ora non sono stati toccati, se non a livello individuale, da alcun progetto collettivo a lungo termine, come ad es. nell’area del lavoro autonomo, che è in aumento e quindi economicamente e socialmente sempre più rilevante.
Inoltre i lavoratori e le lavoratrici dipendenti, che, oltre a essere forza lavoro, sono uomini e donne con le loro differenze da valorizzare e la loro vita da vivere, sono anche abitanti da qualche parte, che possono e devono agire perché lo spazio fisico in cui si ritemprano come forza lavoro in vista di un nuovo giorno di sfruttamento non sia solamente un quartiere dormitorio o un Comune dormitorio. Lo sfruttamento, la violenza e l’oppressione di classe e le diversità connesse alla casa, al quartiere, alla salute, alla cultura, al tempo libero, alla possibilità di sviluppare relazioni soddisfacenti sono connotate anche dallo spazio fisico in cui si abita, dalla casa individuale/familiare agli spazi pubblici e ai servizi pubblici e privati esistenti e dalla loro qualità o mancanza di qualità. Tutto questo lo ha ben capito – e da molti anni - il sindacato, che, con alterne possibilità e fortune, si è spesso battuto per obiettivi territoriali e sociali.
La dimensione territoriale locale offre poi opportunità di azione avanzata anche al sindacato, anche oltre i tradizionali servizi sociali, sanitari e di trasporto pubblico locale; ad esempio nei distretti industriali, caratterizzati da produzioni omogenee, è possibile elaborare piattaforme territoriali per la tutela dell’ambiente e della salute dentro e fuori le fabbriche, sull’organizzazione del lavoro, sugli orari, il tutto collegato ai servizi già presenti o da richiedere al di fuori dei luoghi di produzione.
La dimensione territoriale locale è anche l’ambito più efficace per realizzare politiche e azioni per il riequilibrio di genere nel lavoro, nelle sedi decisionali, in politica, e per sviluppare pratiche di cura solidaristiche, come ad esempio le banche del tempo.
La dimensione territoriale locale è, infine, l’unico ambito adeguato per sperimentare e poi praticare continuativamente la conoscenza reciproca e il dialogo tra culture diverse e per integrare le persone immigrate nella scuola, nel lavoro, nella vita quotidiana e nella partecipazione politica, pur potendo esse conservare religioni, tradizioni, feste ecc. proprie del Paese di origine.
Il tema dello sviluppo locale non è certo nuovo; ha una sua storia non breve e multiforme, che richiamo per cenni.
L’attenzione allo sviluppo locale, come scrive Giuseppe De Rita, nacque in Italia nei primi anni cinquanta sulla base di tre spinte culturali: 1) la cultura comunitaria, rappresentata nel nostro Paese dalle esperienze e dall’impegno sociale di Adriano Olivetti; 2) l’intendimento di alcuni organismi internazionali di matrice anglosassone che miravano a insediare in Italia la cultura dello sviluppo sociale locale; e 3) la cultura cattolica che si occupò di Mezzogiorno e di riforma agraria. Fu praticata infatti con l’articolazione territoriale dell’intervento straordinario nel Sud fino alla metà degli anni ’60.
Lo sviluppo locale ritornò alla ribalta negli anni ’80 con l’esperienza degli agenti di sviluppo, a partire dai quartieri di Milano e dalle valli lombarde, con il proposito di ridare senso alla convivenza collettiva, che fu permeata anche della cultura dei movimenti di sinistra.
Negli anni ’90 furono varati gli strumenti di programmazione negoziata - che riconoscevano gli attori economici e sindacali locali come protagonisti del proprio sviluppo - tra i quali i più importanti furono i patti territoriali, definiti dalla legge 662/1996 “accordi per attuare un programma di interventi nei settori dell’industria, dell’agroindustria, del turismo, dei servizi e delle infrastrutture, tra loro integrati con lo scopo di promuovere lo sviluppo locale, compatibile con uno sviluppo ecosostenibile”.
Nel frattempo (1987) era stato enunciato, nel rapporto della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, conosciuto come Rapporto Brundtland, il concetto di sviluppo sostenibile, che è tale se soddisfa i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere le possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri; e, cinque anni dopo, la Conferenza sull’ambiente e sullo sviluppo, organizzata dalle Nazioni Unite a Rio De Janeiro, varava l’Agenda 21, indicante le iniziative da intraprendere nel ventunesimo secolo per realizzare l’obiettivo globale dello sviluppo sostenibile.
Il capitolo 28 dell’Agenda 21 ha rivolto un preciso appello a tutte le comunità locali affinché mettessero a punto un’Agenda 21 locale, che traducesse gli obiettivi generali in programmi e interventi concreti, tarati sulle caratteristiche di ogni realtà; ha riconosciuto quindi a ogni autorità locale un ruolo fondamentale nel realizzare l’obiettivo globale dello sviluppo sostenibile, in quanto si tratta di un livello di governo che costruisce, manutiene e rinnova le strutture economiche, ambientali e sociali, sovrintende ai processi di pianificazione territoriale e di programmazione socioeconomica, definisce politiche e regolamentazioni ambientali e, in quanto il più vicino alla popolazione, può giocare un ruolo importantissimo nel coinvolgerla nell’ ottenimento dello sviluppo sostenibile.
L’Agenda 21 locale è quindi un programma di azione ambientale che postula una visione condivisa sul futuro della comunità locale cui si riferisce e il coinvolgimento attivo della popolazione interessata nelle sue varie componenti, istituzionali, economiche e sociali, e cioè la partecipazione effettiva di tutti i soggetti alle scelte riguardanti ogni ambito locale.
La massima “pensare globalmente agire localmente”, propria dell’ambientalismo e del movimento delle donne, ben sintetizza l’appartenenza dello sviluppo locale sostenibile a un progetto complessivo riguardante l’intero pianeta e l’indispensabile connessione tra globale e locale.
Nel 1991 iniziò l’esperienza dei distretti industriali, aggregazioni di più Comuni caratterizzati da produzioni omogenee nei settori simbolo del Made in Italy; nel frattempo i distretti sono diminuiti come numero e si sono estesi territorialmente, rappresentando comunque tuttora un fenomeno ragguardevole (assorbono il 70% degli addetti all’industria manifatturiera), tanto che alcuni li vedono come una possibilità di rilancio dell’intera economia italiana.
Anche l’Unione Europea ha accolto, finanziando appositi progetti con i fondi strutturali (Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale e Fondo Sociale Europeo), il modello dello sviluppo locale sostenibile, basato sulla valorizzazione delle vocazioni e delle risorse endogene di un territorio, definendolo come uno sviluppo economicamente efficace, socialmente equo, ambientalmente sostenibile. Senonchè per sviluppo economicamente efficace la UE intende uno sviluppo in grado di produrre crescita economica e questo obiettivo di crescita quantitativa indifferenziata – e potenzialmente illimitata - degli scambi monetari, qualunque ne sia l’origine e il contenuto, è esattamente l’opposto di sviluppo sostenibile, il quale presuppone di selezionare, in base a criteri qualitativi di riproducibilità (naturale o artificiale) delle risorse, il che cosa e come produrre, e il come trasportare, distribuire e consumare.
Alberto Magnaghi (2000) assai opportunamente ha centrato la sua riflessione e la sua proposta sulla necessità di far rinascere il territorio – ridotto dalla civilizzazione tecnologica a superficie insignificante – come patrimonio comune prodotto dalla relazione tra esseri umani e natura lungo il cammino della storia e come fondamento di un approccio, alternativo all’attuale modello di sviluppo, che sia basato sulla valorizzazione delle qualità peculiari dei luoghi e sull’autogoverno delle società locali; e cioè come fondamento dello “sviluppo locale autosostenibile”.
Concordo sulla necessità di ripartire dal territorio come bene comune da tutelare e valorizzare – prima e oltre la suddivisione di porzioni di suolo (e talora di sottosuolo) tra una molteplicità di proprietari di aree - e ho sempre sostenuto che, essendo il territorio il contenitore comune della residua naturalità dei luoghi, del paesaggio come frutto dell’ interazione tra esseri umani e natura e di tutte le attività e gli insediamenti umani – causa queste e questi ultimi delle varie forme di inquinamento -, non è possibile distinguere tra territorio e ambiente, né teoricamente né, tanto meno, operativamente; non è possibile tutelare l’ambiente se non ripartendo da una diversa dislocazione e organizzazione delle attività umane sul territorio, o, quanto meno, dal blocco dei fenomeni maggiormente distruttivi di suolo e dalla riconversione il più ampia possibile della attuale mobilità di persone e merci.
Il territorio, nelle sue forme organizzative locali (politiche, sociali, produttive) è anche l’ambito ottimale per produrre e utilizzare in loco energia dalle fonti rinnovabili: solare, biomasse, compost.
Sara Ongaro (2001) sostiene che le strategie per uno sviluppo alternativo alla globalizzazione e centrato sulla cura riguardano il rispetto del ciclo della vita, le attività che si autorigenerano, che creano socialità, che non sfruttano la natura e che hanno una dimensione locale.
Anche alcune strutture della Cgil si sono inserite nello stesso filone politicoculturale: nella relazione al convegno nazionale “Investire nella sostenibilità” (2004) Paola Agnello Modica aveva lanciato la strategia del “tornare a investire su di noi” valorizzando “le capacità e le professionalità dei lavoratori (risorsa fondamentale per lo sviluppo), il territorio, la storia, l’ambiente” e, sempre nel 2004, un convegno tenuto da sei Camere del Lavoro (Torino, Brescia, Bologna, Reggio Emilia, Matera, Cosenza) a Sasso Marconi aveva avanzato, per contribuire a uno sviluppo qualitativamente nuovo, l’ipotesi di un fondo territoriale – da destinare a investimenti sociali aggiuntivi rispetto a quelli esistenti e da ottenere mediante la contrattazione aziendale – finanziato mediante contributi delle imprese e mediante prelievi in percentuale sui proventi di iniziative sportive, ricreative, culturali e commerciali promosse da privati e da amministrazioni pubbliche.
Desidero concludere questa carrellata con due interessanti citazioni legislative, in quanto le leggi sono espressione non solo dei rapporti di forza esistenti in un dato contesto, ma anche di approcci culturali, talora codificandoli, talora anticipandoli e sempre rinforzandoli.
La legge 142/1990 sull’ordinamento delle autonomie locali afferma che il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale indica le diverse destinazioni del territorio provinciale “in relazione alla prevalente vocazione delle sue parti” e successivamente prescrive che ciascun territorio provinciale debba avere dimensioni tali, come abitanti e attività produttive, “da consentire una programmazione dello sviluppo che possa favorire il riequilibrio economico, sociale e culturale del territorio provinciale” (mediti chi sostiene l’insensata proliferazione di nuove province per motivi che nulla hanno a che spartire con la qualità del territorio e dello sviluppo!).
E la legge regionale 1/2005 della Toscana sul governo del territorio afferma che, per promuovere lo sviluppo sostenibile delle attività pubbliche e private che incidono sul territorio regionale, “i Comuni, le Province e la Regione perseguono…la conservazione, la valorizzazione e la gestione delle risorse territoriali e ambientali promuovendo, al contempo, la valorizzazione delle potenzialità e delle tendenze locali allo sviluppo”.
Tirando le fila di tutto quanto detto sopra, propongo come progetto per la Lombardia uno sviluppo locale sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, basato sulla cura e sulla valorizzazione del territorio e delle sue caratteristiche fisiche, produttive e culturali, sull’uso sostenibile delle risorse territoriali, ambientali ed energetiche, sulla riduzione drastica delle varie forme di inquinamento e delle malattie che ne conseguono, sulla riqualificazione degli spazi (abitazioni, spazi pubblici di aggregazione, spazi urbani aperti, beni storico-artistici) da ritrasformare o trasformare in luoghi, sulla qualificazione del lavoro dipendente e autonomo, su una reale partecipazione popolare alle scelte e su una vita di relazione rigenerata.
Il messaggio con cui lanciare questa proposta è quello della qualità: qualità del territorio e dell’ambiente come bene comune; qualità degli abitati e dell’abitare complessivamente inteso; qualità della produzione e dei prodotti (di tutte le produzioni: industriali, artigianali e agricole - da riconvertire in senso ecologico -, turismo culturale locale, agriturismo, rivitalizzazione del commercio di vicinato e blocco/contenimento della grande distribuzione) e del lavoro (tempo indeterminato, salute e sicurezza, formazione permanente, riduzione dell’orario); qualità delle relazioni ottenuta attraverso l’inclusione sociale di tutti e tutte, la partecipazione politica e una vita culturale diffusa e rivitalizzata.
(Un inciso che mi pare utile: per cura del territorio intendo una serie di politiche e poi di azioni continuative che vanno dall’abbattimento delle costruzioni realizzate nell’alveo dei fiumi alla rinaturazione e poi alla cura degli argini, dalla manutenzione dei boschi e degli alpeggi all’estensione e cura dei parchi e delle altre aree protette, da una pianificazione territoriale di area vasta che ricompatti gli insediamenti - evitando la cementificazione di nuovo suolo agricolo - a una pianificazione urbanistica che faccia rifiorire l’identità dei luoghi urbani attraverso la partecipazione degli abitanti, in modo che tali luoghi rimangano poi vissuti e belli).
Alcune precisazioni conclusive, da approfondire.
- Il modello-progetto dello sviluppo locale sostenibile, proprio per le sue caratteristiche di consonanza con le specificità locali di ogni tipo, può essere proposto e praticato in ogni territorio del Paese, tanto è vero che lo sviluppo locale nacque, in Italia, nel e per il Mezzogiorno; a me pare particolarmente adatto alla realtà lombarda perché, richiedendo alle istituzioni locali (Comuni singoli e soprattutto associati, Province, Città metropolitana milanese) una grande capacità complessiva di governo, le valorizza, avvicinando le istituzioni ai cittadini, e perché valorizza gli attori locali, le specificità locali e tutto il tessuto produttivo locale con le sue capacità, esperienze e saperi, compresi mestieri e saperi artigianali che stanno scomparendo e che sarebbe assai utile conservare, come ad es, quelli per la tutela del patrimonio artistico o riguardanti alcune produzioni alimentari e officinali.
- Non si contrappone alla necessità di politiche pubbliche ad ampio raggio, nazionali e comunitarie, tutt’altro: ad es. a politiche industriali nazionali che individuino e scelgano i settori su cui l’Italia può puntare e che siano comunque e sempre orientate alla riconversione ecologica e all’innovazione di qualità dei settori scelti; a politiche della mobilità che avviino una buona volta la riconversione dalla gomma al ferro e alle vie d’acqua; a politiche energetiche e ambientali comunitarie. Tra le iniziative nazionali a monte di un effettivo sviluppo locale sostenibile ritengo indispensabile riprendere la proposta, avanzata dai Verdi molti anni fa, di una cassa integrazione “verde” per i periodi necessari alla riconversione ecologica e all’adeguamento ambientale di impianti industriali e di servizio.
- Non postula la sparizione della grande industria, bensì la sua riconversione ecologica e prevede, nei territori in cui questa è insediata, la possibilità di coinvolgerla in progetti di sviluppo locale sostenibile.
- Richiede, a monte, leggi e politiche avanzate nei grandi settori dell’intervento pubblico statale: scuola, ambiente, sanità, casa, immigrazione, ecc, adeguatamente finanziate.
- Non è in contrasto con la pianificazione territoriale provinciale, il cui compito consiste –nella situazione attuale – nel contenere l’ulteriore degrado territoriale/ambientale, nel ricompattare per quanto possibile gli insediamenti e nel riqualificare i contesti degradati mediante scelte di area vasta in merito a infrastrutture, aree verdi, localizzazione di impianti e servizi di secondo livello, ricercando soluzioni che contemperino giuste esigenze locali con altrettanto giuste esigenze di pianificazione di area vasta; anzi; i progetti di sviluppo locale sostenibile vanno visti come strumenti integrativi e attuativi del piano territoriale in contesti specifici, arricchendone e rendendone concretamente efficaci le prescrizioni.
- L’ambito “locale” rispetto al quale proporre e praticare questo modello-progetto può essere inteso nel modo più vario: da una valle alpina (da riassestare dal punto di vista idrogeologico, da rivitalizzare/riconvertire dal punto di vista economico e da ripopolare) a una Comunità Montana, a una qualunque aggregazione di Comuni medi e piccoli in zone collinari e di pianura, a una zona urbana o a un gruppo di quartieri; sarebbe forse più efficace partire da esperienze esistenti (le Agenda 21 locali, i distretti industriali, le zone in cui siano stati sperimentati patti territoriali, i territori interessati da piani d’area regionali o provinciali, intesi come ambiti di specificazione e approfondimento della pianificazione di area vasta), trasformandone via via l’approccio da settoriale (più o meno ampio) a complessivo.
- Presuppone che tutti gli attori locali (istituzionali, produttivi, sindacali, sociali, partitici, rappresentanze di base dei cittadini, ambientalisti, operatori culturali) arrivino a una visione comune dello sviluppo futuro del territorio attraverso un processo concertativo, che può dar luogo a situazioni e a momenti di conflitto; in questi casi, come in tutti i casi di interessi divergenti a breve termine, occorre - da parte di tutti gli attori locali - la disponibilità e la volontà di ricercare soluzioni – politiche e tecniche – corrispondenti al bene collettivo a lungo termine.
BIBLIOGRAFIA
Giuseppe De Rita, Aldo Bonomi Manifesto per lo sviluppo locale Bollati Boringhieri , 1998
A. Magnaghi ( a cura di) Il territorio dell’abitare. Lo sviluppo locale come alternativa
strategica Franco Angeli, 1991
Alberto Magnaghi Il progetto locale Bollati Boringhieri , 2000
Sara Ongaro Le donne e la globalizzazione Rubbettino Editore, 2001
Maria Carla Baroni Il piano territoriale provinciale e i suoi possibili strumenti attuativi, in:
Polis / Legambiente Conoscere le regole, governare il territorio, 2005
e come capofila di una amplissima produzione sullo sviluppo sostenibile
Il futuro di noi tutti. Rapporto della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo (Rapporto Brundtland) Bompiani, 1988

La Sinistra unita deve nascere partendo dal basso e dalla partecipazione dei compagni e delle compagne.
Dobbiamo lottare anche per questo.
ChiAmaLa Sinistra